Il circolo vizioso del low cost (di Marcello Concialdi)

21 ottobre 2016 | Senza categoria | di Giorgio Corona | 0 Commenti
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Stamattina sull’Ansa è comparso un articolo dal titolo: Il low cost? È una illusione che (forse) ci rende più poveri? L’articolo riprende un pamphlet del Professore Pier Luigi del Viscovo, nel quale si trovano due demistificazioni fondamentali del fenomeno low cost. In primo luogo, viene svelato li danno economico della produzione a ribasso della qualità; in secondo luogo, si mette in luce l’inganno psicologico che muove verso l’acquisto di ciò che costa meno: si pensa sempre di fare un affare, presupponendo che si sia di fronte a un’offerta vantaggiosa. D’altronde, l’idea che regge il low cost è che si possa risparmiare, scegliendo di poterlo fare. Quello che qui si vuole dimostare è che, invece, si tratti di una falsa opportunità e di una trappola.

Quello che colpisce dell’articolo sono due cose: una appartiene al di troppo, l’altra al di meno. Ovvero, quel forse tra parentesi del titolo è veramente un di troppo, poiché si tratta di un beneficio del dubbio chiaramente insensato e fin troppo ostentato, che è giustificato o dalla completa incapacità di comprendere il mondo da parte di chi ha scritto l’articolo oppure dalla volontà di non intaccare troppo il pensiero comune – ma anche dal fatto che si tratti di una rubrica di lifestyles.  E poi, nell’articolo, c’è qualcosa che manca completamente, un vuoto, un di meno, perché manca completamente il dato più tragico – e questo corrobora l’idea che non si voglia più di tanto scalfire il placido status quo. Infatti, per come viene presentato il pamphlet, il Professore farebbe riferimento soprattutto al dato psicologico, poiché alla scarsa qualità coincide anche la scarsa ambizione di migliorare. Non so se il resto del testo, intitolato Perché il low cost ci rende più poveri – Meno qualità e meno ambizione: abbassare i prezzi è un suicidio socialista?, si occupi anche del tema del lavoro, dei diritti o della capacità di acquisto/stipendio, ma se il low cost implica un suicidio economico è a questi temi che deve essere connesso e non solo a quelli psicologici.

Il low cost implica un circolo vizioso che porta a ribasso i diritti dei lavoratori, perché in epoca di globalizzazione il più delle volte comprare un maglione low cost, ad esempio, di un grande gruppo significa comprare un capo di pessima qualità che è prodotto in luoghi dove i diritti e gli stipendi sono letteralmente pari a zero. Tolto il profitto, allora del capo si pagheranno soprattutto il trasporto, la distribuzione, le tasse, la materia prima, la pubblicità. D’altronde, non occorre qui citare Lo scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard per capire che se la qualità è bassa è perché si acquista la seduzione del prodotto e non la materia – ormai solitamente scarsa-, e non si paga lo stipendio dell’operaio sfruttato del Bangladesh, ma il costo del testimonial di turno, che rende appetibile e affascinante l’oggetto desiderato.

E se la produzione permette un profitto altissimo, se non altro sul capo finito, implica però che quello stesso bene nella maggior parte dei casi non sia accessibile a chi lo produce. Il mercato d’eccellenza dei prodotti dislocati, dunque, sarebbe ancora l’Occidente in parte deindustrializzato; paesi come l’Italia, dove la stessa merce prima del libero mercato era prodotta con dei costi più alti per merito dei diritti dei diritti dei lavoratori, che implicavano anche stipendi più alti. E questo era accompagato anche da un potere d’acquisto alto, capace di garantire un indotto al resto della comunità: l’operaio non solo si compra il maglione, ma il pane, il formaggio, la bicicletta, … Ma in epoca di euro e di deindustrializzazione, a causa dell’avidità di profitto, l’economia, ad esempio quella italiana, è soprattutto quella del terziario, quindi più che farli, i maglioni, si tratta di venderli, ad esempio in grandi catene di distribuzione nelle quali per fare quadrare i conti – leggasi fare più profitto ancora-, in epoca di euro, l’unica è tagliare il personale o demolirne i diritti – e pagarlo meno, va da sé.

Non a caso nei grandi negozi dei marchi globali, che vendano libri, divani o maglioni, è difficile vedere forme di contratto dignitose o strategie produttive che non siano assimilabili a quelle qui sopra descritte. Questa somma di deindustrializzazione, picco del terziario – ma si può pensare una società economica che sia solo terziaria o solo industriale o solo agricola?! -, abbassamento dei costi produttivi attraverso il taglio dei salari implica il crollo completo del mercato interno grazie alla capacità d’acquisto sempre più ridotta. Per concludere il circolo vizioso, dunque, basta fare notare che, una volta che non si ha più capacità d’acquisto, il low cost, cioè quello che prima – nei primi duemila – era visto come una grande opportunità, non è altro che una scelta obbligata, per arrivare a fine mese.

In fondo si dovrebbe pensare che ogni volta che si compra qualcosa di low cost – che sia un panino preso in un fast food, un maglione di una grande catena, la verdura di una catena di un supermercato discount – si sta contribuendo all’abbassamento qualitativo del lavoro di qualcuno e a quello della propria vita. Come uscire da questo circolo vizioso? Ad esempio, restituendo alla politica e allo Stato la capacità di intervenire su questi processi, per incentivare la produzione locale, lo sviluppo del mercato interno e i diritti dei lavoratori, così da interrompere la deriva schiavistica del turbocapitalismo del neoliberismo.




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