L’EUROPA, GLI HACKERS E LA LEZIONE NORVEGESE (di Marco Fabbri)

4 giugno 2017 | attualità | di Redazione ALI | 0 Commenti
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Il 12 maggio abbiamo assistito ad un evento senza precedenti. Un attacco cibernetico, simile ad un bombardamento, su larga scala che ha colpito tutto il mondo, in particolar modo l’Europa. A conti fatti possiamo dire che l’Europa si è dimostrata totalmente impreparata ad affrontare tale attacco. Impreparata sia dal punto di vista logistico poiché gli stati, soprattutto quelli aderenti alla zona euro, hanno subito numerosi tagli al personale e alla strumentazione per compiacere i sociopatici della commissione europea (i famosi compiti a casa); sia dal punto di vista di gestione politico-militare dell’emergenza. Questo secondo punto anche se può sembrare marginale è fondamentale. La concezione di sicurezza cibernetica europea potremmo dire è ancora ferma ad inizio anni 2000 quando l’hacker era considerato un caso isolato. Il profilo tipo era di solito corrispondente al lupo solitario, folleintelligentissimo di ideologia principalmente anarchica intrisa di sindrome di Don Chisciotte, che armato di mouse e tastiera andava contro al sistema costituito e carpiva informazioni scottanti in grado di liberare menti. Questo più o meno è lo stereotipo di hacker con cui la sicurezza europea pensava di avere a che fare. E questo è stato un errore fatale, poiché negli ultimi quindici anni il pirata informatico non è rimasto un isolato Robin Hood che faceva attacchi isolati e sporadici seppur estremamente dannosi. Ora è diventato meccanismo di qualcosa di più grande, ovvero di un esercito. Già il fatto che la Ue si ostini ancora a parlare di SICUREZZA è la dimostrazione che non ha capito questo fondamentale passaggio. Il termine sicurezza sta i significare che il problema è interno, cioè è una questione di sicurezza interna risolvibile con la polizia, come ho detto poc’anzi qui si tratta di un esercito di pirati informatici che attaccano, quindi sarebbe più opportuno parlare di DIFESA. Sembra che in Europa questo concetto non sia penetrato, o meglio nell’unione europea, poiché al di fuori di essa ma sempre restando in Europa vi è un piccolo paese che ha sviluppato un’agguerrita forza di difesa cibernetica. Si tratta del Regno di Norvegia. Come gli antichi egizi avevano capito che il mare sarebbe stato il prossimo terreno di battaglia dopo oltre agli scontri di terra e come noi italiani nel 1911 fummo i primi a capire che l’aereo sarebbe stato il mezzo per il dominio dell’aria, i norvegesi hanno capito che il futuro campo di battaglia è l’etere dove esistono le operazioni cibernetiche. La Norvegia ha ottenuto l’indipendenza dalla Svezia nel 1905 con un referendum e si è sempre dimostrata estremamente fiera ed orgogliosa della propria sovranità. Né è una dimostrazione il fatto che per ben due volte (1972 e 1994) i norvegesi hanno respinto con un referendum l’entrata nella Ue e che festa nazionale è la Festa della Costituzione il 17 maggio, giorno in cui fu approvata la Carta fondamentale del regno scandinavo. Questa fierezza per la propria indipendenza non è fatta solo di parole o manifestazioni patriottiche, ma anche di atti concreti. Come detto sopra la Norvegia non aderendo alla Ue ha potuto sviluppare una propria politica di sicurezza indipendente e libera da vincoli europei in tutti i settori: esercito, marina, aeronautica, gendarmeria e difese cibernetiche. Ed proprio nel 2012 che si concretizza questo fulgido esempio di sovranità militare con l’istituzione delle Cyberforsvaret ovvero le Forze di Difesa Cibernetiche Norvegesi. Non si tratta di una sezione dell’esercito come nella U.S. Army, ma di una vera e propria branca delle Forze Armate Norvegesi con il proprio generale di divisione a capo di esse, con una propria gerarchia e con un proprio quartiere generale a Jørstadmoen. Le Cyberforsvaret alla loro nascita contavano a malapena un centinaio di soldati, attualmente ne ha 1200 diviso in 60 sedi permanenti. Milleduecento soldati addestrati per intercettare le minacce provenienti dal cyberspazio e difendere le infrastrutture critiche da attacchi hacker. La Norvegia durante l’attacco WannaCry è rimasta colpita ma in misura nettamente minore rispetto ai paesi membri della Ue, la piccola Norvegia ha dato una grande lezione di forza e risistenza alla pachidermica unione europea. Questa è la dimostrazione che anche uno stato-nazione che non fa parte di un progetto di difesa comune è capace di sviluppare una forza militare all’avanguardia e adatta alla situazione. Non è abitudine di chi scrive questo articolo dire frasi del tipo: “dobbiamo fare come questo paese…facciamo come questo paese”. Ma in questo caso devo fare una piccola eccezione, ricordando l’articolo 52 della nostra Costituzione che prevede la difesa della nostra Patria, sarebbe opportuno che anche l’Italia si dotasse di una propria forza cibernetica, ampliando l’autonomia del Comando Interforze per le Operazioni Cibernetiche e che stracciasse ogni singolo trattato firmato con l’Unione europea in ambito di sicurezza comune. I norvegesi hanno capito che lo scontro si sposta da terra-mare-aria al cyberspazio, sarà il caso che anche noi ci adeguiamo, altrimenti il prossimo attacco hacker potrebbe essere molto più devastante di quello avvenuto il 12 maggio.



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